venerdì 10 maggio 2013

Un giorno

Un giorno siederemo sul bordo, io avrò con me due bicchieri e una bottiglia, perché se no a che servono le borse grandi, tu avrai l'espressione di sempre e parlerai a macchinetta perché all'inizio sei sempre teso, parlerai a fiume e la pozza d'acqua diventerà un lago di tutto, parlerai per farmi ridere, annoiarmi, stare così.

Non avrò voglia di piangere ma so che se lo facessi, tu mi abbracceresti e basta questo e già non mi va.

Le larve nelle pozze mi ricorderanno momenti così lontani che gli occhi si annebbieranno per lo sforzo e lo stomaco si annoderà dalla fatica, tu dirai qualcosa di assolutamente fuori luogo e io saró di nuovo felice.

Saranno vicini altri ricordi: nella mia bicicletta appoggiata a terra, nella giostra poco distante, nei tuoi racconti che avrò già sentito mille volte, nei miei vestiti.
Li guarderemo un attimo, tu nemmeno li vedrai davvero, poi cambieremo argomento, perché con te si non si torna indietro.

Poi finiremo la bottiglia e ce ne saranno altre e altre sere, altre parole, altre ore da dividere a fette tra me e te, altri ricordi per cui tu mi presterai gli occhi così non saró triste e vedrò come vedi tu: con più distacco, poi riprenderò i miei perché nei tuoi c'è troppo dolore.
Quel giorno vorrei che tu avessi iniziato a lasciare che un po' lo possa portare io, per te.




sabato 13 aprile 2013

Ricordi

Un paio di anni fa un ragazzo che mi piaceva molto, in risposta a non so più quale mia domanda scrisse: "Il tardo pomeriggio".
Non ricordo altro di quella conversazione via cellulare, perché i ricordi con quell'etichetta erano già troppi.

Quando ero bambina il tardo pomeriggio era odore di farina e lievito, del cotone che copriva il divano e di pelle sudata e stanca.
Altre volte era la salsedine nell'appartamento al mare della sorella di mia nonna e della doccia per togliere la sabbia che dava fastidio ai grandi portassimo in giro, altre ancora delle montagne di miei libri, casomai i fiori dei giardini interni che a primavera il crepuscolo profumava di più ma soprattutto era il ronzio del grande televisore sul mobile ad angolo scuro in salotto, la tapparella verde quasi abbassata, lasciarsi filtrare sulla faccia le barrette di luce arancione del sole quando diventava rosso aranciato.

Stavo dietro alla finestra facendomi colpire gli occhi da quella luce che ho sempre pensato incredibile, sperando che tutto cambiasse, che il dolore potesse passare ma senza la minima percezione del fatto che sì: sarebbe accaduto.
Il tempo sarebbe passato e io lo speravo senza sapere che sarebbe successo davvero, senza immaginare quanto sarebbe stato brutto e triste e bello ma più che altro difficile.

Nei miei ricordi ho quasi sempre la stessa età: non sono mai stata capace di usare gli anni né in teoria né in pratica  così mia nonna ne ha avuti cinquantatré fino almeno ai sessanta, mia madre per quindici ne ha avuti trentaquattro e le mie zie ancora oggi sono convinta che siano sulla ventina e non al doppio.
Quello che guardavo era un copione riproposto in un tempo immobile.
Eravamo sempre noi, eravamo sempre lì, per anni tutto quello che di importante avevo conosciuto era sempre rimasto uguale e una bambina che ha sempre sei anni non fa caso alle rughe, non capisce la vecchiaia ma conosce quello che tocca e quello che toccavo era lo stesso da che avevo memoria.

Il primo passo per capire che il tempo esisteva furono i racconti delle mie nonne, di quando erano giovani o bambine.

La mia bisnonna nacque nel 1915 e perse i genitori e qualche fratello per via della spagnola, a otto anni iniziò a lavorare in fabbrica e avrebbe voluto studiare matematica e geografia e viveva insieme alla sua di nonna, che faceva il caffé con qualcosa che caffè non era e rammendava coperte e cuciva vestiti, tutto perché di soldi non ce n'erano.

Mia nonna aveva un padre commerciante, tre sorelle e un fratello, qualche scimmia in casa e un grande amore.

D'accordo - il tempo esisteva - ma da che c'ero io si era evidentemente fermato.
Il mio universo appariva così eterno da potermi rassegnare all'idea che il tempo da qualche parte fosse esistito, ma senza esagerare.

Il secondo passo per capire che il tempo esisteva fu la morte e come da bambina fissavo la luce del Sole dietro alla finestra sperando in un cambiamento con la rassicurante consapevolezza che non sarebbe mai avvenuto, escogito fantasie in cui posso ritornare ad allora sapendo perfettamente che non potrà accadere mai.







Biglietto

Ai tuoi capelli neri
a quando cammini col naso per aria
alle volte che mentre ti parlo smetti di ascoltare
perché non è che interessi troppo a te;
A ogni tua risata, anche quelle brutte.
Alle tue espressioni che conosco
terribilmente bene.
Ai buchi che scavi sempre se te ne vai
a chi tratti con orribile disinteresse;
a quanto sei bambino
A quando resti assorto,
a tutto il vuoto che hai in fondo e per questo ci siamo noi

Brindo ogni bicchiere.
Grazie


domenica 10 febbraio 2013

Poi

"Vieni qui", dovevo dire.
"Vieni e resta, mangia, dormi, guarda dalla finestra, vestiti e svestiti e rivestiti ancora, esci e corri, cammina, poi torna qui.
Una, due o dodici volte.
Dimmi tutto quello che vuoi e anche quello che non vuoi, se puoi.
Prendimi in giro, non farlo o prendimi e basta e dormi un po' qua, cammina con me in un prato quando la luce è blu o in una strada solo se brulica di lampioni gialli e farfalle notturne, bevi un bicchiere e un altro ancora e spiegami cose che ancora non so".
Invece no.

venerdì 8 febbraio 2013

Pensando a loro

C. è un'immagine un po' persa tra la foschia e il sud Italia ma i ricordi che lo ospitano sono vivi e densi, mesi  su mesi riempiti da momenti di rabbia, odio, amore e adorazione.
Se trovassi le parole per raccontare la prima volta in cui ci siamo incontrati potrei non finire mai di scrivere, quindi le andrò a cercare con attenzione per vedere di non produrre un esagerato sproloquio senza senso, che di norma è la mia specialità.
Ma lo conoscevo già. Un pomeriggio, mentre su un bus tornavo a casa, ero incappata in un blog controverso scritto tanto bene da nemmeno riuscire a invidiarlo: rapita sfogliavo le sue pagine ridendo o cercando di capire complicati riferimenti e improvvisamente ero arrivata in stazione.
Gli scrissi una mail di apprezzamento: "Bravo - diceva più o meno - chi ti insulta non ascoltarlo perché non capisce niente".
Come se avesse bisogno che glielo dicessi io poi, che sciocca.
Lui, contrariamente a quanto poi mi spiegò faceva di solito, rispose.
- Se non lo fai mai, perché mi hai risposto?
- "Perché"
- Scusami?
- Tu scrivi "Perché" con l'accento giusto.
Era il 2008 ed è stata l'ultima volta in cui mi sono innamorata.



A. mi ha fatta penare così tanto che nemmeno riesco a mettere assieme i pezzi.
L'ho già scritto: nel tempo ho capito che sono capace di disinteressarmi completamente di tutto e tutti però quando succede di incontrare qualcuno che mi accende, perdo completamente il controllo e compare un malsano entusiasmo che non mi appartiene; lui invece è assolutamente imperturbabile sempre, gli serve tempo per lasciarti entrare.
Una tanica di benzina unita a fiamma libera e il diesel di un'auto di tanto tempo fa, che disastro, povero A.
Ma il suo essere muro di gomma mi ha insegnato più di tutti i discorsi del mondo: A. è un esempio, è un amico, è una persona che amo come si ama qualcuno che fa parte di te.
A. non fa pesare niente, non rinfaccia, a volte pare pure che nemmeno ti consideri ma non ha importanza: lui screma e di te tiene solo le parti che tu vuoi dare, che lui preferisce, mentre le altre le osserva e si fa un'opinione tenuta per sé.
Il mio compagno di bevute preferito, per me l'uomo più bello del mondo e il solo pensiero mi trasforma in un petulante Nonna Papera che passerebbe le giornate a tessere le lodi del nipotino con le vicine e nessuno reggerebbe il confronto perché quando A. è felice, lo sono anche io.
Lo avevo conosciuto fuori da un esame una vita di anni fa, nel circolo di persone lui non lo conoscevo dunque ci presentiamo: "Piacere, sai che somigli al cattivo di Heroes?".
Nemmeno mi guarda e a naso in aria si gira e se ne va.
L'ho incontrato di nuovo cinque anni dopo: tornata all'università, una sera esco con una vecchia amica e mentre in ritardo cammino lungo la via dalla quale già distinguevo il bar in angolo dove ci eravamo date appuntamento, vedo che lei parla con lui.
"No - penso - no non quello là".


J. ho quasi paura di rivederla, perché al suo sguardo attento poche cose fuggono.
Ora è in viaggio e tornerà presto.
L'ho conosciuta una sera di un anno fa: festa di compleanno a sorpresa per A., tutti in camera dei due coinquilini aspettando che lui tornasse, per saltare fuori inaspettatamente (esattamente come l'anno prima).
Ora, questi due ragazzi stridevano in modo allucinante a confronto con l'altro: E., bruttino e balbuziente, troppo insicuro, G. alto, magrissimo ed effeminato, molto molesto da bevuto.
Nella loro stanza, appesi alle pareti, foto di donne.
Primi piani.
Nemmeno a spalle scoperte, zero tette, zero culi.
- G., siete veramente così rintronati che non avete capito che non sono queste le parti di donna da appendere in foto al muro?
Non avevo mai parlato con J., mi fissa un momento stranita, ride e dice
- Ehi ehi ehi ma qui c'è del veleno! Dovremmo andare a pranzo insieme.
Nonostante l'avessi già capito che fosse una persona interessante, all'atto pratico è stata J. a scegliermi, perché lei fa così: decide, gestisce, pensa, si aspetta, pretende e dà per scontato, il che con me ha comportato qualche problema ma tra una bottiglia e fiumi di acidità ci siamo trovate e nemmeno lei è una persona a cui vorrei dover rinunciare.
Il meglio lo abbiamo dato fumando erba in balcone.


M. non è fatto per restare.
Forse nemmeno sarebbe comparso insieme a questi tre nella mia testa non fosse che da molto tempo non mi capitava di incontrare qualcuno di interessante. Forse volevo solo sgranchirmi i pensieri, però lo credevo  simpatico e basta, tutt'al più bello e con i belli che sembrano finti non ho mai avuto molto a che spartire.
Non mi aspettavo che scuotesse la mia testa, forse l'ho sempre sottovalutato (cosa che tende a incoraggiare tra l'altro).
"A volte forse ti sopravvaluto, altre volte ti sottovaluto decisamente sai", gli ho detto mesi fa.
Mi ha risposto "Sono contento".
Forse a M. nemmeno penserei più, non fosse che c'è ancora senza mai esserci stato: da che l'ho conosciuto ci siamo visti pochissime volte, a fasi alterne sentiti tanto e pur non volendo nulla di particolare da lui all'inizio, si sono succeduti momenti di assurdità completa in cui perdevo la testa e mi arrabbiavo per cose che non capivo, subendo una sbrodolata di emozioni francamente sproporzionata rispetto alla (scarsa) quantità di rapporto esistente.
D'accordo, non so bene come anche con lui mi ero accesa, la cosa che continuo a non capire è come mai, nei miei momenti di confusione e sproloqui strani, lui mi stesse dietro a ruota.
Anche lui un finto chiaccherone, schivo, le poche cose che so o ipotizzo le ho trovate sparse nei momenti in cui l'ho fatto innervosire e mi ha dato l'impressione di avere addosso troppo peso per volersene portare altro, braccia e spalle occupate di bagagli già pieni.
C'erano cose che avrei voluto dirgli, quasi tutte gentili, ma penso che mi stia passando e che non importi più.






martedì 5 febbraio 2013

I sogni da dentro

Ogni bolla ha le proprie regole.
La prima cosa che per me era diventata ingestibile è il sonno: ore e ore di torpore immobile e appiccicoso che risucchiava completamente alternato a notti in bianco, interi giri di orologio attraversati senza chiudere occhio.

L'insonnia di per sé non comportava grossi problemi perché lo stato di prostrazione non dipendeva da lei, l'ipersonnia invece era una palude densa di sogni che non volevo fare, tinti di atmosfere cupe e piatte apparentemente immobili ma popolate di antagonisti invisibili dalle vocette ridicole che sbucavano inquietanti quando meno me lo aspettavo, portandomi via chi era con me.
A volte da bambina non riuscivo a distinguere i sogni dalla realtà, ero molto piccola e davvero terrorizzata.

Non serve uno psicologo per aiutarmi a interpretarli, lo so da me che il problema è accettare che le persone se ne vadano, chi per forza, chi per scelta, chi per caso e ogni volta è un dolore diverso.

Nei miei sogni ci sono più spesso quelle che se ne sono andate per scelta, vengono a prendermi in giro.
Quelle che sono morte invece passano per darmi un seguito, la mia mente non accetta che siano scomparse e usa la notte per incontrarle ancora. A volte è un sollievo, a volte è peggio.

In fondo il motivo che mi ha messa dentro a una bolla è proprio la gente che se ne va. Sì, c'è stato un evento scatenante e lo ricordo bene: il crollo di un muro sottile che dietro nascondeva pile e pile di rottami e mi son caduti addosso, senza più nulla a trattenerli.
Erano speranze arrugginite, dolori messi da parte per finire di affrontarli più tardi, delusioni che non riuscivo a consumare, frustrazioni che non ce la facevo a portarmi sulle spalle perché pesavano troppo, buchi lasciati da così tante partenze.

Una delle cose che mi ha fatta stare meglio è stata imparare a riconoscere i sogni dall'interno e anche se non mi riesce sempre, spesso mi accorgo che qualcosa non torna, che no non può essere vero; un po' ci rifletto e allora mi sveglio.

Poi, ogni tanto, qualcuno mi salva.





domenica 3 febbraio 2013

Se posso ancora

Se posso guardarti, tra il tempo e il salotto, alta e diritta in cucina a preparare frittelle di riso

se riesco vederti indietro nel giardino, chinata a badare tartarughe e fiori

se sento ancora il gusto del gelato, sempre fiordilatte, che mi compravi nei pomeriggi d'estate

l'odore dei tuoi capelli

la stretta delle tue mani grandi

la carezza dei tuoi occhi quando ridevi.

Se sono passati anni senza cancellare i pomeriggi sedute al tuo tavolo

le favole sul divano

le parole crociate

il fumo sottile delle tue sigarette

le serate sedute per strada

il tuo cognome che facevo finta fosse anche il mio

la tua eterna cura.

Se posso averti così, ancora con me.

Che cosa ci ha fatto in fondo la morte?