Un paio di anni fa un ragazzo che mi piaceva molto, in risposta a non so più quale mia domanda scrisse: "Il tardo pomeriggio".
Non ricordo altro di quella conversazione via cellulare, perché i ricordi con quell'etichetta erano già troppi.
Quando ero bambina il tardo pomeriggio era odore di farina e lievito, del cotone che copriva il divano e di pelle sudata e stanca.
Altre volte era la salsedine nell'appartamento al mare della sorella di mia nonna e della doccia per togliere la sabbia che dava fastidio ai grandi portassimo in giro, altre ancora delle montagne di miei libri, casomai i fiori dei giardini interni che a primavera il crepuscolo profumava di più ma soprattutto era il ronzio del grande televisore sul mobile ad angolo scuro in salotto, la tapparella verde quasi abbassata, lasciarsi filtrare sulla faccia le barrette di luce arancione del sole quando diventava rosso aranciato.
Stavo dietro alla finestra facendomi colpire gli occhi da quella luce che ho sempre pensato incredibile, sperando che tutto cambiasse, che il dolore potesse passare ma senza la minima percezione del fatto che sì: sarebbe accaduto.
Il tempo sarebbe passato e io lo speravo senza sapere che sarebbe successo davvero, senza immaginare quanto sarebbe stato brutto e triste e bello ma più che altro difficile.
Nei miei ricordi ho quasi sempre la stessa età: non sono mai stata capace di usare gli anni né in teoria né in pratica così mia nonna ne ha avuti cinquantatré fino almeno ai sessanta, mia madre per quindici ne ha avuti trentaquattro e le mie zie ancora oggi sono convinta che siano sulla ventina e non al doppio.
Quello che guardavo era un copione riproposto in un tempo immobile.
Eravamo sempre noi, eravamo sempre lì, per anni tutto quello che di importante avevo conosciuto era sempre rimasto uguale e una bambina che ha sempre sei anni non fa caso alle rughe, non capisce la vecchiaia ma conosce quello che tocca e quello che toccavo era lo stesso da che avevo memoria.
Il primo passo per capire che il tempo esisteva furono i racconti delle mie nonne, di quando erano giovani o bambine.
La mia bisnonna nacque nel 1915 e perse i genitori e qualche fratello per via della spagnola, a otto anni iniziò a lavorare in fabbrica e avrebbe voluto studiare matematica e geografia e viveva insieme alla sua di nonna, che faceva il caffé con qualcosa che caffè non era e rammendava coperte e cuciva vestiti, tutto perché di soldi non ce n'erano.
Mia nonna aveva un padre commerciante, tre sorelle e un fratello, qualche scimmia in casa e un grande amore.
D'accordo - il tempo esisteva - ma da che c'ero io si era evidentemente fermato.
Il mio universo appariva così eterno da potermi rassegnare all'idea che il tempo da qualche parte fosse esistito, ma senza esagerare.
Il secondo passo per capire che il tempo esisteva fu la morte e come da bambina fissavo la luce del Sole dietro alla finestra sperando in un cambiamento con la rassicurante consapevolezza che non sarebbe mai avvenuto, escogito fantasie in cui posso ritornare ad allora sapendo perfettamente che non potrà accadere mai.
Riordinando gli eventi che mi hanno portata qui, ricordi di una depressa che forse della depressione si è stufata
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sabato 13 aprile 2013
venerdì 1 febbraio 2013
Riguardando la mia via 3
Ogni volta che ripenso alla mia via, nella mente si compone un quadro preciso: per prime i ricordi tracciano le linee delle abitazioni, poi i bordi delle auto parcheggiate, in ultimo il brulichio delle persone e il disegno si anima e colora.
Abitavamo quasi alla fine della strada, verso il giardino pubblico e la giornata era concentrata tra il gruppetto delle case immediatamente vicine. Spostandosi in direzione della piazza, si diluivano per me le occasioni di passaggio.
Più tardi l'avrei percorsa ogni giorno per commissioni, fughe e passeggiate di continuo senza pensarci tanto sopra.
Abitavamo quasi alla fine della strada, verso il giardino pubblico e la giornata era concentrata tra il gruppetto delle case immediatamente vicine. Spostandosi in direzione della piazza, si diluivano per me le occasioni di passaggio.
Più tardi l'avrei percorsa ogni giorno per commissioni, fughe e passeggiate di continuo senza pensarci tanto sopra.
Mi impressiona ancora il numero di persone con cui quotidianamente avevo a che fare: tra il forno e gli ingressi di case e palazzi, i giardini e il marciapiede.
E impressionante era che tutti fossero collegati tra loro a doppi o tripli fili con parentele di sangue, matrimoni, tradimenti, truffe e complotti.
Ero troppo piccola per capire bene quanto fitto fosse il tessuto intricato su cui tutti camminavamo, non ho ricordi a riguardo, solo considerazioni del poi.
Il forno dietro la bottega era una grande stanza dove per criterio di funzionalità si trovavano disposti con ordine curiosi macchinari, lungo il lato della porta verso il negozio, sul lato sinistro, un paio al centro.
Non li ho visti molte volte in azione perché venivano accesi soprattutto di notte dal nonno e dai suoi operai e forse per questo mi ha sempre stupito come infilandoci pezzi di pasta lievitata uscissero inaspettatamente coppiette e barillini, rosette e altre immagini di cui non ricordo i nomi, pane dalla forma troppo articolata perché il suo plasmarsi non fosse un affascinante mistero.
"Andiamo a lavarci le mani" mi diceva qualcuno, poi con le dita ancora umidicce, mettevo in ogni quadratino un po' di ripieno, o già farciti li piegavo per farne piccoli triangoli.
I triangoli poi si passavano alla nonna che con un gioco di dita che non so riprodurre allo stesso modo, dava loro la forma finale.
La bisnonna faceva da sé, china su un tavolo a parte per non mescolarsi troppo alle due sfogline, alleate e amiche da sempre, così io passavo un po' di tempo accanto a loro e un po' di tempo accanto a lei, trotterellando da una parte all'altra per rifornirla costantemente di tortellini da chiudere.
Mia madre stava in bottega, la zia maggiore quando il lavoro di maestra lo permetteva dava una mano dove serviva, la zia più giovane frequentava il liceo in una città vicina e lavoricchiava in piazza presso un negozio d'abbigliamento. Era una delle belle del paese - secondo tanti la più bella - e spesso compariva anche lei, perché secondo mia nonna, che si avessero cose da fare o meno, una parte di tempo comunque la si doveva tributare alla casa.
Così, attorno a quel gruppetto, con vassoi e mattarelli, passavano insieme tutte le verità del mondo.
E impressionante era che tutti fossero collegati tra loro a doppi o tripli fili con parentele di sangue, matrimoni, tradimenti, truffe e complotti.
Ero troppo piccola per capire bene quanto fitto fosse il tessuto intricato su cui tutti camminavamo, non ho ricordi a riguardo, solo considerazioni del poi.
Le donne parlavano tra loro di tutto questo, quando si riunivano nei pomeriggi in cui si facevano i tortellini.
Il forno dietro la bottega era una grande stanza dove per criterio di funzionalità si trovavano disposti con ordine curiosi macchinari, lungo il lato della porta verso il negozio, sul lato sinistro, un paio al centro.
Non li ho visti molte volte in azione perché venivano accesi soprattutto di notte dal nonno e dai suoi operai e forse per questo mi ha sempre stupito come infilandoci pezzi di pasta lievitata uscissero inaspettatamente coppiette e barillini, rosette e altre immagini di cui non ricordo i nomi, pane dalla forma troppo articolata perché il suo plasmarsi non fosse un affascinante mistero.
A destra c'era la grande spianatoia di marmo grigio, in fondo il forno vero e proprio e dietro ancora un altro paio di ambienti separati da tende, dove si friggevano nello strutto i bomboloni o si preparavano impasti dolci.
In quei giorni, dopo le quattro del pomeriggio mia nonna e la Rina si mettevano a turno a tirare la sfoglia sul lato destro della spianatoia, la passavano a sinistra dove l'altra tagliava tutta la superficie gialla e porosa in quadratini e noi come mosche arrivavamo ad affaccendarci sopra.
Il gesto atletico di lavorare quella quantità di pasta non va sottovalutato: era un procedimento faticoso, l'impasto era molto, pesante e i gesti per tirarlo ampi e impegnativi, con tutto un loro ritmo; mi è sempre piaciuto tanto, stare a guardare.
Il gesto atletico di lavorare quella quantità di pasta non va sottovalutato: era un procedimento faticoso, l'impasto era molto, pesante e i gesti per tirarlo ampi e impegnativi, con tutto un loro ritmo; mi è sempre piaciuto tanto, stare a guardare.
"Andiamo a lavarci le mani" mi diceva qualcuno, poi con le dita ancora umidicce, mettevo in ogni quadratino un po' di ripieno, o già farciti li piegavo per farne piccoli triangoli.
I triangoli poi si passavano alla nonna che con un gioco di dita che non so riprodurre allo stesso modo, dava loro la forma finale.
La bisnonna faceva da sé, china su un tavolo a parte per non mescolarsi troppo alle due sfogline, alleate e amiche da sempre, così io passavo un po' di tempo accanto a loro e un po' di tempo accanto a lei, trotterellando da una parte all'altra per rifornirla costantemente di tortellini da chiudere.
Mia madre stava in bottega, la zia maggiore quando il lavoro di maestra lo permetteva dava una mano dove serviva, la zia più giovane frequentava il liceo in una città vicina e lavoricchiava in piazza presso un negozio d'abbigliamento. Era una delle belle del paese - secondo tanti la più bella - e spesso compariva anche lei, perché secondo mia nonna, che si avessero cose da fare o meno, una parte di tempo comunque la si doveva tributare alla casa.
Così, attorno a quel gruppetto, con vassoi e mattarelli, passavano insieme tutte le verità del mondo.
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