domenica 10 febbraio 2013

Poi

"Vieni qui", dovevo dire.
"Vieni e resta, mangia, dormi, guarda dalla finestra, vestiti e svestiti e rivestiti ancora, esci e corri, cammina, poi torna qui.
Una, due o dodici volte.
Dimmi tutto quello che vuoi e anche quello che non vuoi, se puoi.
Prendimi in giro, non farlo o prendimi e basta e dormi un po' qua, cammina con me in un prato quando la luce è blu o in una strada solo se brulica di lampioni gialli e farfalle notturne, bevi un bicchiere e un altro ancora e spiegami cose che ancora non so".
Invece no.

venerdì 8 febbraio 2013

Pensando a loro

C. è un'immagine un po' persa tra la foschia e il sud Italia ma i ricordi che lo ospitano sono vivi e densi, mesi  su mesi riempiti da momenti di rabbia, odio, amore e adorazione.
Se trovassi le parole per raccontare la prima volta in cui ci siamo incontrati potrei non finire mai di scrivere, quindi le andrò a cercare con attenzione per vedere di non produrre un esagerato sproloquio senza senso, che di norma è la mia specialità.
Ma lo conoscevo già. Un pomeriggio, mentre su un bus tornavo a casa, ero incappata in un blog controverso scritto tanto bene da nemmeno riuscire a invidiarlo: rapita sfogliavo le sue pagine ridendo o cercando di capire complicati riferimenti e improvvisamente ero arrivata in stazione.
Gli scrissi una mail di apprezzamento: "Bravo - diceva più o meno - chi ti insulta non ascoltarlo perché non capisce niente".
Come se avesse bisogno che glielo dicessi io poi, che sciocca.
Lui, contrariamente a quanto poi mi spiegò faceva di solito, rispose.
- Se non lo fai mai, perché mi hai risposto?
- "Perché"
- Scusami?
- Tu scrivi "Perché" con l'accento giusto.
Era il 2008 ed è stata l'ultima volta in cui mi sono innamorata.



A. mi ha fatta penare così tanto che nemmeno riesco a mettere assieme i pezzi.
L'ho già scritto: nel tempo ho capito che sono capace di disinteressarmi completamente di tutto e tutti però quando succede di incontrare qualcuno che mi accende, perdo completamente il controllo e compare un malsano entusiasmo che non mi appartiene; lui invece è assolutamente imperturbabile sempre, gli serve tempo per lasciarti entrare.
Una tanica di benzina unita a fiamma libera e il diesel di un'auto di tanto tempo fa, che disastro, povero A.
Ma il suo essere muro di gomma mi ha insegnato più di tutti i discorsi del mondo: A. è un esempio, è un amico, è una persona che amo come si ama qualcuno che fa parte di te.
A. non fa pesare niente, non rinfaccia, a volte pare pure che nemmeno ti consideri ma non ha importanza: lui screma e di te tiene solo le parti che tu vuoi dare, che lui preferisce, mentre le altre le osserva e si fa un'opinione tenuta per sé.
Il mio compagno di bevute preferito, per me l'uomo più bello del mondo e il solo pensiero mi trasforma in un petulante Nonna Papera che passerebbe le giornate a tessere le lodi del nipotino con le vicine e nessuno reggerebbe il confronto perché quando A. è felice, lo sono anche io.
Lo avevo conosciuto fuori da un esame una vita di anni fa, nel circolo di persone lui non lo conoscevo dunque ci presentiamo: "Piacere, sai che somigli al cattivo di Heroes?".
Nemmeno mi guarda e a naso in aria si gira e se ne va.
L'ho incontrato di nuovo cinque anni dopo: tornata all'università, una sera esco con una vecchia amica e mentre in ritardo cammino lungo la via dalla quale già distinguevo il bar in angolo dove ci eravamo date appuntamento, vedo che lei parla con lui.
"No - penso - no non quello là".


J. ho quasi paura di rivederla, perché al suo sguardo attento poche cose fuggono.
Ora è in viaggio e tornerà presto.
L'ho conosciuta una sera di un anno fa: festa di compleanno a sorpresa per A., tutti in camera dei due coinquilini aspettando che lui tornasse, per saltare fuori inaspettatamente (esattamente come l'anno prima).
Ora, questi due ragazzi stridevano in modo allucinante a confronto con l'altro: E., bruttino e balbuziente, troppo insicuro, G. alto, magrissimo ed effeminato, molto molesto da bevuto.
Nella loro stanza, appesi alle pareti, foto di donne.
Primi piani.
Nemmeno a spalle scoperte, zero tette, zero culi.
- G., siete veramente così rintronati che non avete capito che non sono queste le parti di donna da appendere in foto al muro?
Non avevo mai parlato con J., mi fissa un momento stranita, ride e dice
- Ehi ehi ehi ma qui c'è del veleno! Dovremmo andare a pranzo insieme.
Nonostante l'avessi già capito che fosse una persona interessante, all'atto pratico è stata J. a scegliermi, perché lei fa così: decide, gestisce, pensa, si aspetta, pretende e dà per scontato, il che con me ha comportato qualche problema ma tra una bottiglia e fiumi di acidità ci siamo trovate e nemmeno lei è una persona a cui vorrei dover rinunciare.
Il meglio lo abbiamo dato fumando erba in balcone.


M. non è fatto per restare.
Forse nemmeno sarebbe comparso insieme a questi tre nella mia testa non fosse che da molto tempo non mi capitava di incontrare qualcuno di interessante. Forse volevo solo sgranchirmi i pensieri, però lo credevo  simpatico e basta, tutt'al più bello e con i belli che sembrano finti non ho mai avuto molto a che spartire.
Non mi aspettavo che scuotesse la mia testa, forse l'ho sempre sottovalutato (cosa che tende a incoraggiare tra l'altro).
"A volte forse ti sopravvaluto, altre volte ti sottovaluto decisamente sai", gli ho detto mesi fa.
Mi ha risposto "Sono contento".
Forse a M. nemmeno penserei più, non fosse che c'è ancora senza mai esserci stato: da che l'ho conosciuto ci siamo visti pochissime volte, a fasi alterne sentiti tanto e pur non volendo nulla di particolare da lui all'inizio, si sono succeduti momenti di assurdità completa in cui perdevo la testa e mi arrabbiavo per cose che non capivo, subendo una sbrodolata di emozioni francamente sproporzionata rispetto alla (scarsa) quantità di rapporto esistente.
D'accordo, non so bene come anche con lui mi ero accesa, la cosa che continuo a non capire è come mai, nei miei momenti di confusione e sproloqui strani, lui mi stesse dietro a ruota.
Anche lui un finto chiaccherone, schivo, le poche cose che so o ipotizzo le ho trovate sparse nei momenti in cui l'ho fatto innervosire e mi ha dato l'impressione di avere addosso troppo peso per volersene portare altro, braccia e spalle occupate di bagagli già pieni.
C'erano cose che avrei voluto dirgli, quasi tutte gentili, ma penso che mi stia passando e che non importi più.






martedì 5 febbraio 2013

I sogni da dentro

Ogni bolla ha le proprie regole.
La prima cosa che per me era diventata ingestibile è il sonno: ore e ore di torpore immobile e appiccicoso che risucchiava completamente alternato a notti in bianco, interi giri di orologio attraversati senza chiudere occhio.

L'insonnia di per sé non comportava grossi problemi perché lo stato di prostrazione non dipendeva da lei, l'ipersonnia invece era una palude densa di sogni che non volevo fare, tinti di atmosfere cupe e piatte apparentemente immobili ma popolate di antagonisti invisibili dalle vocette ridicole che sbucavano inquietanti quando meno me lo aspettavo, portandomi via chi era con me.
A volte da bambina non riuscivo a distinguere i sogni dalla realtà, ero molto piccola e davvero terrorizzata.

Non serve uno psicologo per aiutarmi a interpretarli, lo so da me che il problema è accettare che le persone se ne vadano, chi per forza, chi per scelta, chi per caso e ogni volta è un dolore diverso.

Nei miei sogni ci sono più spesso quelle che se ne sono andate per scelta, vengono a prendermi in giro.
Quelle che sono morte invece passano per darmi un seguito, la mia mente non accetta che siano scomparse e usa la notte per incontrarle ancora. A volte è un sollievo, a volte è peggio.

In fondo il motivo che mi ha messa dentro a una bolla è proprio la gente che se ne va. Sì, c'è stato un evento scatenante e lo ricordo bene: il crollo di un muro sottile che dietro nascondeva pile e pile di rottami e mi son caduti addosso, senza più nulla a trattenerli.
Erano speranze arrugginite, dolori messi da parte per finire di affrontarli più tardi, delusioni che non riuscivo a consumare, frustrazioni che non ce la facevo a portarmi sulle spalle perché pesavano troppo, buchi lasciati da così tante partenze.

Una delle cose che mi ha fatta stare meglio è stata imparare a riconoscere i sogni dall'interno e anche se non mi riesce sempre, spesso mi accorgo che qualcosa non torna, che no non può essere vero; un po' ci rifletto e allora mi sveglio.

Poi, ogni tanto, qualcuno mi salva.





domenica 3 febbraio 2013

Se posso ancora

Se posso guardarti, tra il tempo e il salotto, alta e diritta in cucina a preparare frittelle di riso

se riesco vederti indietro nel giardino, chinata a badare tartarughe e fiori

se sento ancora il gusto del gelato, sempre fiordilatte, che mi compravi nei pomeriggi d'estate

l'odore dei tuoi capelli

la stretta delle tue mani grandi

la carezza dei tuoi occhi quando ridevi.

Se sono passati anni senza cancellare i pomeriggi sedute al tuo tavolo

le favole sul divano

le parole crociate

il fumo sottile delle tue sigarette

le serate sedute per strada

il tuo cognome che facevo finta fosse anche il mio

la tua eterna cura.

Se posso averti così, ancora con me.

Che cosa ci ha fatto in fondo la morte?






venerdì 1 febbraio 2013

Riguardando la mia via 3

Ogni volta che ripenso alla mia via, nella mente si compone un quadro preciso: per prime i ricordi tracciano le linee delle abitazioni, poi i bordi delle auto parcheggiate, in ultimo il brulichio delle persone e il disegno si anima e colora.

Abitavamo quasi alla fine della strada, verso il giardino pubblico e la giornata era concentrata tra il gruppetto delle case immediatamente vicine. Spostandosi in direzione della piazza, si diluivano per me le occasioni di passaggio.
Più tardi l'avrei percorsa ogni giorno per commissioni, fughe e passeggiate di continuo senza pensarci tanto sopra.

Mi impressiona ancora il numero di persone con cui quotidianamente avevo a che fare: tra il forno e gli ingressi di case e palazzi, i giardini e il marciapiede.
E impressionante era che tutti fossero collegati tra loro a doppi o tripli fili con parentele di sangue, matrimoni, tradimenti, truffe e complotti.

Ero troppo piccola per capire bene quanto fitto fosse il tessuto intricato su cui tutti camminavamo, non ho ricordi a riguardo, solo considerazioni del poi.
Le donne parlavano tra loro di tutto questo, quando si riunivano nei pomeriggi in cui si facevano i tortellini.

Il forno dietro la bottega era una grande stanza dove per criterio di funzionalità si trovavano disposti con ordine curiosi macchinari, lungo il lato della porta verso il negozio, sul lato sinistro, un paio al centro.
Non li ho visti molte volte in azione perché venivano accesi soprattutto di notte dal nonno e dai suoi operai e forse per questo mi ha sempre stupito come infilandoci pezzi di pasta lievitata uscissero inaspettatamente coppiette e barillini, rosette e altre immagini di cui non ricordo i nomi, pane dalla forma troppo articolata perché il suo plasmarsi non fosse un affascinante mistero.
A destra c'era la grande spianatoia di marmo grigio, in fondo il forno vero e proprio e dietro ancora un altro paio di ambienti separati da tende, dove si friggevano nello strutto i bomboloni o si preparavano impasti dolci.

In quei giorni, dopo le quattro del pomeriggio mia nonna e la Rina si mettevano a turno a tirare la sfoglia sul lato destro della spianatoia, la passavano a sinistra dove l'altra tagliava tutta la superficie gialla e porosa in quadratini e noi come mosche arrivavamo ad affaccendarci sopra.
Il gesto atletico di lavorare quella quantità di pasta non va sottovalutato: era un procedimento faticoso, l'impasto era molto, pesante e i gesti per tirarlo ampi e impegnativi, con tutto un loro ritmo; mi è sempre piaciuto tanto, stare a guardare.

"Andiamo a lavarci le mani" mi diceva qualcuno, poi con le dita ancora umidicce, mettevo in ogni quadratino un po' di ripieno, o già farciti li piegavo per farne piccoli triangoli.
I triangoli poi si passavano alla nonna che con un gioco di dita che non so riprodurre allo stesso modo, dava loro la forma finale.
La bisnonna faceva da sé, china su un tavolo a parte per non mescolarsi troppo alle due sfogline, alleate e amiche da sempre, così io passavo un po' di tempo accanto a loro e un po' di tempo accanto a lei, trotterellando da una parte all'altra per rifornirla costantemente di tortellini da chiudere.
Mia madre stava in bottega, la zia maggiore quando il lavoro di maestra lo permetteva dava una mano dove serviva, la zia più giovane frequentava il liceo in una città vicina e lavoricchiava in piazza presso un negozio d'abbigliamento. Era una delle belle del paese - secondo tanti la più bella - e spesso compariva anche lei, perché secondo mia nonna, che si avessero cose da  fare o meno, una parte di tempo comunque la si doveva tributare alla casa.

Così, attorno a quel gruppetto, con vassoi e mattarelli, passavano insieme tutte le verità del mondo.